Psicologia della Aokigahara: la foresta dei suicidi - Fragments

Psicologia della Aokigahara: la foresta dei suicidi

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Psicologia dell'Aokigahara - La foresta

Di Jordy Meow – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30881475

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo!
Oggi parliamo della Aokigahara, la misteriosa e famosa foresta giapponese dove numerose persone si recano per suicidarsi. Questo luogo grave e allo stesso magnetico è stato riportato all’attenzione nell’ultimo anno (nel peggiore dei modi) da Logan Paul, un famoso youtuber americano. Quali misteri nasconde? Per quale motivo la gente va proprio lì? E da quanto tempo? Ma soprattutto, qual è la psicologia della Aokigahara, la motivazione che porta le persone a togliersi la vita proprio in quel posto?

Cerchiamo di chiarire insieme alcuni aspetti di questo posto macabro ed affascinante.

Come nasce l’Aokigahara?

Psicologia della Aokigahara - Vista dall'alto della foresta

Di BehBeh, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3414131

È particolarmente interessante notare come la psicologia della Aokigahara possa essere almeno in parte connessa alla sua nascita e alla sua conformazione. Siamo nell’864 d.C. quando una violenta eruzione del monte Fuji provoca un riversamento di lava a nord del monte stesso. Ben presto la lava si raffredda, lasciando al suo posto un esteso plateau basaltico.

Ben presto, questa pianura innaturale si ricopre di vegetazione: sopra di essa cresce rigogliosa (anche troppo), quella che poi diventerà la Jukai.

Queste poche righe che appaiono fini a sè stesse sono in realtà fondamentali per comprendere la psicologia della Aokigahara:

  1. La foresta si estende per la bellezza di 35 chilometri quadrati. Questo lascia intendere che vagando casualmente all’interno è particolarmente difficile trovare una via d’uscita. Non a caso il secondo nome dell’Aokigahara è Jukai, che vuol dire “Mare di alberi”.
  2. A complicare le cose, il plateau basaltico sul quale è cresciuta la foresta è ricco di materiali magnetici. Questo vuol dire che all’interno della Aokigahara le bussole non funzionano.
  3. Per di più, la vegetazione all’interno dell’Aokigahara cresce estremamente fitta. Gli alberi sono così alti e rigogliosi che “sembra sia notte anche nel bel mezzo del pomeriggio”1. Di conseguenza, è impossibile orientarsi sfruttando il sole, le stelle o osservando la cima del monte Fuji.
  4. La foresta è completamente disabitata, vi sono pochi animali e il fogliame assorbe i pochi suoni che vi si possono ascoltare all’interno, aumentando l’improbabilità di essere soccorsi o di trovare punti di riferimento di qualsiasi tipo.

Perchè proprio l’Aokigahara?

Psicologia dell'Aokigahara - Gente nella foresta

By ajari from Japan – fuji jyukai_06, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7322374

La psicologia della Aokigahara è connessa ad una serie di motivi che trovano le loro radici piuttosto indietro nel tempo. Basti pensare che il primo suicidio riportato nella foresta risale al 1340, commesso dal monaco buddista Shohkai2.

Tuttavia, la fama della Jukai come luogo dove togliersi la vita trova slancio nel 1960, quando lo scrittore Seicho Matsumoto pubblica il romanzo “Nami no Toh”, nel cui finale i protagonisti si suicidano per amore nella foresta2.

Un altro importante evento che ha portato l’Aokigahara sotto i riflettori per gli aspiranti suicidi è stata la pubblicazione nel 1993 del “Manuale Completo del Suicidio”1. Avete capito bene: si tratta di un’opera di Wataru Tsurumi che descrive una variegata serie di metodi per togliersi la vita nella maniera meno dolorosa e “rumorosa” possibile. 

Oltre ogni vostra possibile aspettativa, il manuale definisce la Jukai come “Il luogo perfetto per commettere il suicidio”, ma le cose vanno oltre: come descrive Roarty, “Tsurumi fornisce indicazioni per raggiungere aree isolate della foresta, una mappa, una lista di hotel consigliati e dà anche consigli su come evitare poliziotti e abitanti del luogo curiosi. Fornisce anche le istruzioni esplicite per una morte indolore e suggerisce che l’impiccarsi a un albero sia un’opera d’arte1.

Com’è possibile che un libro che trasmette questo genere di messaggi sia stato pubblicato e letto da più persone? Ne parliamo subito nel prossimo paragrafo.

Concludiamo qui denotando tuttavia che il numero di suicidi nella foresta tende ad aumentare quando viene attirata l’attenzione su di essa da film, notizie, opere mediatiche ecc2

Sembra quindi che uno degli effetti intervenenti nel valorizzare la Jukai come luogo dei suicidi sia il famoso “Effetto Werther”, secondo il quale “attirare l’attenzione mediatica su eventi riguardanti il suicidio aumenta il tasso di questi, in particolare nella zona o nelle condizioni dove è stato commesso il primo suicidio della serie”. 

La cultura del suicidio in Giappone

Ragazzo si sporge da una ringhiera - Psicologia della Aokigahara

In realtà, come intuibile da quello che abbiamo detto, il suicidio presenta una psicologia che va ben oltre quella della Aokigahara in Giappone.

Una piccola premessa va fatta: i sistemi culturali presentano spesso una divisione in “Individualisti” e “Collettivisti”. 

La società occidentale è di tipo individualista: in questo caso l’attenzione viene posta sopra l’individuo singolo e sulla sua massima possibilità di auto-realizzazione. Le società orientali sono invece di tipo “Collettivista”: questo vuol dire che al primo posto viene sempre il bene del gruppo e del sistema piuttosto che quello individuale.

A tal proposito, Emile Durkheim distingue un tipo particolare di suicidio nella cultura orientale: quello che viene definito come “Suicidio altruistico”3. In queste culture, spesso, quando il suicidio viene commesso per “alleviare le sofferenze degli altri”, viene addirittura riconosciuto come un atto eroico.

C’è di più: oltre a farlo per scopi altruistici, i soggetti suicidi cercano di pesare il meno possibile sopra gli astanti, suicidandosi nella maniera meno “fastidiosa” ed eclatante possibile, provando laddove possibile a sparire semplicemente nel nulla. 

Il suicidio rituale in oriente

Samurai - Psicologia della Aokigahara

La tradizione suicida nei paesi orientali si estende ormai da secoli e con numerosi scopi differenti:

  • Il Nyujoh2, una forma di rituale buddista in cui i monaci di questa religione digiunano e attendono la morte in preghiera, atto che secondo loro porta alla purificazione dell’uomo e del mondo.
  • L’Ubasute1, rituale del 19esimo secolo in cui i più anziani o i disabili si facevano portare e abbandonare nelle foreste o sulle montagne per fare spazio alle nuove generazioni morendo nella maniera più discreta possibile
  • Il Sokotsu-shi1 è una forma meno famosa di Seppuku, il suicidio commesso dai Samurai alla violazione del loro codice d’onore, il Bushido. In questo caso il Sokotsu-shi consiste nel suicidarsi come forma di punizione per i propri errori o per aver portato disgrazia a qualcuno.
  • Lo Shinju1, o doppio suicidio, una versione orientale di Romeo e Giulietta in cui due amanti si suicidano insieme in quanto il loro amore va contro le convenzioni sociali. 

Sulla base di questi concetti non sorprende il fatto che un libro come il “Manuale completo del suicidio” di cui prima abbia preso piede fino a diventare un best-seller dal quale sono perfino stati tratti due film1.

In conclusione

Foresta nella nebbia- Psicologia della Aokigahara

Riassumendo, la psicologia della Aokigahara ha basi fortemente culturali:  la cultura collettivista orientale ha dipinto il suicidio come un atto altruistico e fortemente naturale, al punto da promuoverlo anche in film e pubblicazioni fra le quali il celebre “Manuale del suicidio”.

In quest’ottica non stupisce che la Jukai sia diventata un luogo privilegiato per questo atto: considerata la sua conformazione si tratta, come suggerito nel manuale, del posto perfetto dove togliersi la vita senza attirare l’attenzione su sè stessi. Le persone che si suicidano al suo interno, infatti, difficilmente vengono ritrovate, sparendo quindi semplicemente nel nulla. 

Bibliografia

1.
Roarty S. Death Wishing and Cultural Memory: A Walk Through Japan’s ‘Suicide Forest.’ In: Salzburg, Austria; 2012.
2.
Takahashi Y. Aokigahara-jukai: Suicide and Amnesia in Mt. Fuji’s Black Forest. Suicide and Life-Threatening Behavior. 1988;18(2):164-175. doi:10.1111/j.1943-278x.1988.tb00150.x
3.
Durkheim E. Il Suicidio. Studio Di Sociologia. Rizzoli; 2014.

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Graziano Gigante

Graziano Gigante

24 anni. Laureato con lode alla triennale in "Scienza e tecniche psicologiche" all'Università del Salento, ora studia "Neuroscienze e riabilitazione neuropsicologica" presso l'Università di Padova. Cantante e attore nel tempo libero. Gli piacciono la psicologia, l'informatica, i videogiochi, i libri, la musica, i musei, i viaggi, la fotografia, la scienza e chi più ne ha più ne metta.

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