Perchè la “malattia mentale” non è quello che credete voi

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L’altro giorno, scorrendo il mio profilo Facebook, ho visto una serie di immagini come quella che ho condiviso in alto. Si trattava di un post condiviso dalla pagina Psych2Go, piuttosto famosa su internet per i suoi post a tema psicologia. Il post in questione era questo, creato con l’idea di chiarire il fatto che dietro l’uso quotidiano e superficiale di termini come depressione, ossessivo-compulsivo o bipolare, si nascondono in realtà condizioni molto gravi e pervasive.

Sebbene volessi limitare il mio intervento solo alla pagina Facebook, man mano che scrivevo mi sono reso conto di aver superato le 300 parole e che c’era davvero molto da dire in merito. Eccoci quindi ad un articolo che metta in chiaro molto sulla “malattia mentale”, proponendosi di cancellare moltissimi luoghi comuni al suo interno e di suggerire più in generale un modo più adeguato di porvi verso questa condizione non poi così rara.

Chi è il “pazzo”

Qual è la prima cosa che vi viene in mente se dico “pazzo“? Probabilmente la prima immagine che vi viene in mente è quella tipica dei film, di una persona fuori controllo, probabilmente con uno sguardo stralunato, che dice cose logiche ma fuori da ogni accettabilità sociale e, perchè no, magari anche armato di un coltello. Oppure la scena tipica di un manicomio dei film, con gente all’interno che urla, o fa cose strane, sbatte la testa contro i muri, fissa il vuoto, ecc.

Una concezione molto comune di “pazzo” può essere accostata al personaggio di Jack Torrance in Shining, in particolare nelle ultime scene dove, armato di ascia, cerca di abbattere la porta del bagno dove sua moglie è nascosta con suo figlio per ucciderli entrambi. Nella scena Jack Nicholson improvvisa anche la frase “Cappuccetto rosso? Cappuccetto rosso? Su, apri la porta. Su, apri! Non hai sentito il mio toc, toc, toc? Allora vuoi che soffi? Vuoi che faccio puff? Allora devo aprirla io la porta? […] Sono il lupo cattivo!” a sottolineare la disconnessione cognitivo-affettiva del personaggio dalla realtà.

Il dizionario Treccani dice in merito: pazzo agg. e s. m. (f. –a) [forse alteraz. del lat. patiens «paziente, che patisce» (v. paziente)] […] Malato di mente; è, come pazzia, termine generico e non tecnico […] a chi fa stranezze, o agisce avventatamente, o mostra comunque poco senno in ciò che fa o dice”.
Il suo focus principale è proprio la sezione “generico e non tecnico” che determina due aspetti molto importanti su cui vale la pena di fermarsi. In primo luogo il fatto che pazzo non ha una definizione precisa, ma generica: ci si riferisce a chiunque si distacchi notevolmente dalle nostre attese di comportamento normale. In secondo luogo il fatto che il termine è appunto “non tecnico”, ma proprio dell’uso comune, visto come una forma di categorizzazione arbitraria di determinati individui.

E’ superficiale a questo punto dire che in psicologia “pazzo” non vuol dire assolutamente niente. Sebbene nell’immaginario comune la pazzia possa sovrapporsi almeno parzialmente ad alcune condizioni tipiche della psicosi o della schizofrenia, il termine è troppo generico e soggetto ad interpretazione per avere una qualsivoglia connotazione scientifica o reale.

Problemi di terminologia

Un’altra difficoltà deriva da una problematica con cui la psicologia sfortunatamente si confronta giornalmente: l’uso improprio dei suoi termini tecnici. Il concetto di malattia mentale è spesso al centro dell’attenzione generale, sia per dire che “non esiste”, sia perchè si è particolarmente affascinati dal funzionamento della mente, sia perchè si è fortemente spaventati da essa. Così è inevitabile che termini come “Schizofrenia”, “Depressione”, “Disturbo Ossessivo-Compulsivo”, “Identificazione col genitore” e altri diventino di uso comune. Il grande problema è che, non essendoci una base teorica, la maggior parte di questi termini viene appresa in maniera scorretta e spesso assimilata alla sua presentazione drammatica all’interno della cultura pop.

Una comune deviazione del comportamento sessuale deve essere pervasiva e perpetrata per almeno sei mesi per essere ritenuta patologica. In ogni caso l’indicatore primario di condizione patologica è sempre il soggetto che vive la situazione o le persone ad esso vicine: una situazione diventa oggetto di attenzione clinica solo quando è avvertita da qualcuno direttamente coinvolto come una forma di disagio disfunzionale.

Un esempio determinante di questo meccanismo è relativo all’uso della parola “perversione sessuale” per riferirsi alle deviazioni sessuali rispetto al comune atto riproduttivo. Nei suoi primi usi, ad opera di Sigmund Freud, la parola è completamente priva di qualsiasi accezione negativa, ma ha l’unica funzione di “etichetta diagnostica”. Anche nelle prime edizioni del DSM (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la parola perversione viene conservata per descrivere le modalità atipiche di ottenere piacere sessuale, fino alla sua sostituzione nelle edizioni successive col termine “Parafilia“, proprio per rimuovere l’accezione negativa connessa al termine precedente ormai propria dell’uso comune.

Così, in termini teorici, la parola pazzo appare svuotata del tutto di un significato reale e attendibile. Allora in quali termini possiamo definire la malattia mentale?
Molti psicologi si sentiranno particolarmente restii a parlare di “malattia mentale”, “psicopatologia” e “pazienti”. La concezione che ci sia una malattia e una persona da curare sembra quasi distaccare il problema dalla persona stessa, fino a trattarlo come un banale raffreddore: uguale per tutti e da sopportare fino a quando non passa da solo (o col supporto di farmaci). E’ superfluo e dannoso parlare di malattia mentale e non di “condizione soggettiva di sofferenza” nella maggior parte dei casi, dove sono i vissuti e la condizione esistenziale della persona a condurla ad assumere inconsciamente dei modi di comportarsi o di vivere la realtà che la circonda che siano perlomeno adattivi per sopravvivere giorno per giorno seppure distanti dalla norma.

Il pensiero di Szasz

Il Dr. Thomas Szasz è stato uno dei principali sostenitori dell’ideale antipsichiatrico, pur essendo lui stesso psichiatra. Nella sua carriera si è battuto per la legalizzazione delle droghe, dei farmaci e per l’abolizione dei manicomi e dell’ospedalizzazione forzata. Il suo libro più famoso è “The Myth of Mental Illness” dove illustra la sua concezione di malattia mentale unicamente come mito.

Nel suo articolo a dir poco illuminante “The Myth of Mental Illness“, il celebre psichiatra Thomas S. Szasz fornisce alcune visioni determinanti sulla malattia mentale.

“Il concetto di malattia, sia essa fisica o mentale, implica la deviazione da una norma chiaramente definita. […] La norma dalla quale viene misurata la deviazione quando si parla di malattia mentale è di tipo psicosociale ed etico. […] La scoperta di una malattia mentale è derivata dallo stabilirsi di una devianza comportamentale rispetto a determinate norme psicosociali, etiche e legali. […] Il fenomeno chiamato malattia mentale andrebbe riconsiderato e semplificato, in maniera tale da essere rimosso dalla categoria delle malattie e da essere considerato come l’espressione della lotta umana con il problema riguardante il come dovrebbe vivere.”  

Continua poi nelle sue conclusioni:

“Ho provato a dimostrare che la nozione di malattia mentale ha perso qualunque utilità potesse inizialmente avere e funziona ora convenientemente solo come un mito. […] La nozione di malattia mentale serve principalmente ad oscurare il fatto che la vita quotidiana per la maggior parte delle persone è una continua lotta, non per la sopravvivenza biologica, ma per un “posto al sole”, per la “pace mentale” e per altri valori umani. Per l’uomo consapevole di se stesso e del mondo che lo circonda, una volta che il bisogno di preservare il corpo (e forse la specie) è stato soddisfatto, il problema che sorge riguarda il cosa fare con se stesso. L’aderenza sostenuta al mito della malattia mentale permette alle persone di schivare il problema, pensando che la salute mentale, concepita come assenza di malattia mentale, assicuri automaticamente la conduzione di scelte di vita giuste e sicure nel corso della vita. Ma i fatti sono del tutto opposti. E’ il fare scelte giuste nella vita ciò che gli altri, retrospettivamente, considerano come buona salute mentale! […]  I nostri avversari non sono demoni, streghe, il destino o la patologia mentale. Non abbiamo nemici che possano essere combattuti, esorcizzati o rimossi da una “cura”. Ciò che abbiamo sono problemi di vita – siano essi biologici, economici, politici o socio-psicologici.”

I sì dell’informazione sulla malattia mentale

Quindi torniamo al post iniziale che ha ispirato questo articolo. Abbiamo detto che la malattia mentale è una condizione molto aleatoria e che per molti è solo un termine messo lì con poca consapevolezza. E’ corretto allora fare informazione e sensibilizzare sulle patologie mentali?

Da un lato la risposta è sì.
Il sistema sociale moderno ancora non riesce ad accettare pienamente l’idea che possano esistere condizioni di sofferenza mentale. C’è una idea particolarmente radicata del fatto che siamo sempre pienamente in possesso del controllo di tutte le funzionalità del nostro cervello e se questa convinzione improvvisamente scemasse molta gente andrebbe nel panico (d’altronde sono i nostri stessi pensieri ad impedire che questo accada, perchè è fondamentale per noi vivere con delle sicurezze). Eppure se ci si fermasse a riflettere un secondo ci si renderebbe conto che le frasi “Quando ho detto quelle cose non ero in me…”, “Non volevo farlo, ero molto arrabbiato”, “E’ vero l’ho detto, ma non lo pensavo!” sono piuttosto comuni nella vita di tutti i giorni, quasi a sottolineare che non siamo sempre pienamente padroni delle nostre azioni, tanto meno dei nostri pensieri.

A fronte di questa osservazione delineare le differenze fra una sofferenza mentale cronica e pervasiva e i piccoli disagi quotidiani di tutti i giorni è fondamentale, soprattutto perchè, alla luce dell’analisi precedente, non è inusuale sentire l’individuo medio minimizzare sulla condizione di sofferenza soggettiva con frasi e consigli del tipo “Hai provato almeno a reagire?”, “Rilassati e vedrai che stai meglio!”, “Le situazioni si prendono di petto”, “Dovresti uscire di più”. A volte con risvolti ancora più comuni e ancora più preoccupanti come “No, io non credo nella psicologia!”, “I miei problemi li devo risolvere io da solo”, “La depressione non esiste, dovresti darti da fare piuttosto”, “Io non sono pazzo, non ho bisogno di uno psicologo”, “Non stai veramente così male”. E’ inutile dire che buona parte di questo repertorio ha l’effetto esattamente contrario rispetto a quello inteso: chi lo riceve tende ancora di più a ritrarsi in se stesso, alla luce di uno scenario totale di incomprensione, mancanza di comunicazione e rispetto per la sofferenza.

I no dell’informazione sulla malattia mentale

Dall’altro lato la risposta è un no netto.
Dare nomi e definire la patologia mentale è un’arma molto pericolosa, da cui gli stessi psicologi in genere sono messi in guardia.

Innanzitutto perchè, come accennavamo prima, la patologia mentale non è una cosa a se stante (come il raffreddore rispetto alla persona). Parlare di “depressione” è come chiamare “rosso” anche tutte le sue sfumature, incluse il viola, il rosa, il porpora, ecc. Con il rischio connesso addirittura di continuare a parlare di rosso quando siamo ormai arrivati al blu! Ogni depressione è a se stante e con caratteristiche proprie. Il termine depressione è unicamente uno strumento (molto molto delicato) nelle mani dello psicologo per definire alcuni parametri del suo intervento, in nessun caso va visto come una categorizzazione stretta e determinante (solo forse in ambito legale).

In secondo luogo perchè i sistemi diagnostici moderni descrivono una serie di sintomi connessi ad ogni disturbo (in questo caso mi guardo bene dal fare un esempio reale, ma, se sul DSM esistesse il disturbo di grattarsi il mento, potrebbe essere scritto “E’ necessario si presentino almeno 5 dei seguenti sintomi: prurito al mento, infiammazione della pelle, sensazione di stress, ecc”) e una persona che ritiene (sia perchè gli sia stato diagnosticato, sia perchè ne sia convinta) di soffrire di una patologia mentale specifica e ne ha letto i sintomi, potrà tendere a svilupparne altri per adattarsi il più possibile al modello sul quale si è informata.

In terzo luogo perchè, al di là di tutto, la patologia mentale è ancora vista come un forte stigma da parte della società. Comunicare in giro anche solo che si è seguiti da uno psicologo o da uno psichiatra induce automaticamente diffidenza nei nostri interlocutori, non è difficile immaginare cosa accada al parlare addirittura del “soffrire di una patologia specifica”. Ogni individuo vive in un contesto sociale e in parte lo introietta: non solo l’idea di essere poco desiderabili o intrinsecamente sbagliati perché malati è un peso in più per chi vive già una condizione complessa, ma l’isolamento sociale talvolta conduce al peggioramento della propria situazione ed offre poche occasioni per sviluppare nuovi modi di andare avanti e superare la patologia.

In conclusione

In questo articolo abbiamo voluto analizzare una piccola parte delle problematiche legate alla diagnosi e alla definizione della malattia mentale. Siamo partiti da 300 parole e siamo arrivati ad oltre 2000 perchè l’argomento non solo è ampissimo, ma anche molto attuale. Sebbene è improbabile che la società alteri il suo modo di pensare da un giorno all’altro, ogni singola informazione ha il suo peso anche solo nel piccolo sistema culturale sociale in cui vive ciascuno di noi.

Come sempre vi invito a condividere l’articolo il più possibile (se non altro per il suo contenuto che spero abbia avuto valore formativo) sui social network attraverso i pulsanti qua sotto e a commentare eventualmente con la vostra opinione in merito.

Per oggi e tutto e vi do appuntamento al prossimo articolo!


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