Lettera a chi ha perso le speranze nell'università - Fragments

Lettera a chi ha perso le speranze nell’università

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Ragazza che va all'università - Lettera a chi ha perso le speranze nell'università
Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo!
In genere i miei post hanno sempre carattere divulgativo. A volte, addirittura, ricorro alla bibliografia scientifica per dare più credibilità a quello di cui parlo. Ma oggi ho in serbo per voi un articolo un po’ diverso. Conosco numerose persone che affrontano con dolore i sacrifici dell’università e si sentono spesso inadeguate a questo ritmo di vita. Di gente che ha perso le speranze nell’università, in realtà, ce n’è più di quanto sembri. Ebbene, io sono stato fra queste persone. E oggi vi parlo della mia esperienza, sperando che possa fornirvi un qualche tipo di ispirazione.

La prima scelta

Una serie di porte - Lettera a chi ha perso le speranze nell'università

Chi ha perso le speranze nell’università, spesso, può perdere stima verso sé stesso o pensare di aver fatto la scelta sbagliata. La mia storia personale inizia al liceo (e anche quella di molti altri come me).

Sono una persona che cambia idea spesso, man mano che ottiene più informazioni su quello che gli interessa, così nei primi anni di liceo, fino al quarto anno circa, ero convintissimo che avrei fatto Chimica, magari CTF (Chimica e Tecnologie Farmeceutiche). Fra il quarto e il quinto anno cambiai idea: la fisica aveva iniziato ad affascinarmi straordinariamente. Avevo deciso che all’università avrei fatto fisica.

Al quinto anno tuttavia stabilizzai finalmente la mia decisione: avevo sentito e letto in giro che con la laurea in fisica non si faceva quasi niente; mi serviva una laurea che mi garantisse un futuro. Complici una serie di cose di cui parlerò dopo, alla fine la mia scelta cadde su Ingegneria dell’informazione.

Le tue scelte non sono completamente tue

Folla di persone - Lettera a chi ha perso le speranze nell'università

C’è un filo conduttore fra tutte le materie che ho citato: sono tutte scientifiche e piuttosto complicate. Continuerò a confermare per tutta la mia vita che la fisica e la chimica mi hanno sempre affascinato (e mi affascinano tutt’ora), ma questa non era l’unica cosa che guidava la mia scelta.

Al liceo, senza peccare di modestia, ero uno studente con una media piuttosto elevata. Mi sono diplomato con 100 e i miei voti erano piuttosto alti, sebbene non perdessi moltissimo tempo a studiare nella giornata.  Tutti quanti avevano aspettative molto alte verso il mio futuro e cercavano di indirizzarmi verso un mestiere che fosse poco inflazionato e comunque remunerativo: ingegnere, medico, ecc.

Tuttavia, già a quel tempo, in me c’era un in interesse segreto verso la psicologia e il cervello in generale. Quando avevo tempo mi piaceva leggere qualcosa in merito sui libri, per hobby. Si trattava tuttavia di una psicologia molto “commerciale”: libri sulla comunicazione non verbale, sulla persuasione e tante altre cose che ora in buona parte mi farebbero inorridire.

Ricordo bene che una volta andai da una mia amica e le dissi “Sai ho pensato che mi piacerebbe fare psicologia…”. Lei mi guardò orripilata e disse “No! Sei impazzito?”. Quasi avessi detto che volevo fare il criminale. Per riportare le cose sul binario giusto (come se avessi veramente detto qualcosa di sbagliato) dissi “Ma no, mi piacerebbe fare quella branca della psicologia che si occupa di studiare il cervello a livello biologico e le sue problematiche!” (chi l’avrebbe detto che in quel momento stavo veramente prevedendo il mio futuro).

Se dicevo a chiunque “Sai forse anche psicologia non sarebbe male…” scatenavo reazioni esagerate di repulsione e incredulità. Come se stessi sprecando incredibili talenti. E non avessi alcun diritto di farlo, come se non fossero i miei talenti, ma della società.

E poi tantissimi test psico-attitudinali: tutti puntavano a ingegneria dell’informazione. Con al secondo posto a psicologia. Ovviamente il secondo posto era da escludere a priori: gli altri avevano già scelto per me.

L’inizio del primo anno

Università - Lettera ha chi ha perso le speranze nell'università

Penso che l’istruzione che riceviamo alle scuole superiori sia sbagliata. Veniamo educati a pensare che studiare controvoglia e sotto ritmi estremamente stressanti qualcosa che non ci piace sia la normalità che ci attenderà per sempre. In parte è vero, non sempre si possono studiare solo cose che ci piacciono. Dall’altro lato è anche vero che non dobbiamo studiare solo ciò che non ci piace.

Quando sono entrato ad ingegneria mi sono piazzato dodicesimo su circa 500 al test d’ingresso, quasi a riconferma delle ipotesi di tutti.

Tantissimi primi esami erano di matematica: Algebra era matematica, Analisi I era matematica, anche Fisica era matematica (ben diversa da quella che avevo amato al liceo). E poi avevamo un solo esame di informatica e uno di inglese. Pensavo che sicuramente al secondo anno avrei fatto più informatica, essendomi iscritto ad ingegneria dell’informazione.

Al primo anno diedi 3 esami. Andava abbastanza bene per iniziare e i voti erano buoni. Ma studiavo poco, pochissimo: aprire i libri era la cosa più noiosa di tutta la giornata. Preferivo di gran lunga cantare. Anche trovando noiosissimo studiare pensavo fosse la normalità: d’altronde anche al liceo c’erano tante materie che non mi piacevano e andavano comunque studiate.

All’inizio del secondo anno ho iniziato a seguire le nuove materie mentre studiavo quelle del primo. È stato l’inizio della fine.

Ho perso le speranze nell’università

Libri - Lettera a chi ha perso la speranza nell'università

Non sono un tipo mattiniero. Non lo sono mai stato: quando non ho una forte motivazione è difficile che io mi alzi dal letto la mattina, favorendo invece il restare sveglio fino a notte tarda. Evidentemente la mia motivazione era molto bassa in quanto, per un motivo o per l’altro, al secondo anno di ingegneria continuavo a trovare scuse per non andare a lezione. Pensavo che tanto avrei potuto studiare dai libri a casa, quando mi andava. Poi il pomeriggio studiavo mezz’ora e ciao.

Il secondo anno è stata una vera tragedia. Anche qui le materie erano tutte matematiche: sistemi era matematica, probabilità e statistica era matematica, fisica II e Analisi II non ne parliamo. Solo Sistemi Operativi e Principi di Progettazione non erano matematica.

Mi sono piantato su Analisi I: non esagero quando dico che l’ho provata almeno 12 volte senza passare nemmeno lo scritto.

Ho iniziato a deprimermi. Al liceo ero un alunno modello e adesso ero diventato un disastro incompetente. Piangevo, ero stressato, insoddisfatto, ero convinto che non mi sarei mai laureato e soprattutto pensavo di essere una delusione, per me e per tutti.

Alla fine del secondo anno ho valutato se continuare ingegneria o cambiare facoltà. Psicologia era lì, ma non pensavo di poterla fare. E poi che tipo di lavoro avrei trovato? E parlare con le persone… no, non faceva per me. 

Ho fatto un altro anno di ingegneria. Ho passato con ottimi voti due esami opzionali che non centravano niente con ingegneria dell’informazione e ho superato un esonero di programmazione brillantemente. Al contempo ho iniziato a seguire delle lezioni private di analisi, sperando di passare la materia. “Tu non hai bisogno di ripetizioni” mi dice un giorno il professore. “Hai bisogno di metterti sotto e cambiare mentalità”.

Il mio problema era quello. Io non volevo mettermi sotto su questa materia e la mentalità matematica non faceva per me, seppure fossi capace a metterla in pratica.

Si accende una luce

Lampadina - Lettera a chi ha perso le speranze nell'università

Ci sono stati altri fattori che hanno giocato a mio favore nel permettermi di uscire da questa situazione. Sta di fatto che, una bella notte di poco più di tre anni fa, il giorno prima dell’ennesimo esame di analisi ho un’illuminazione e dico “Basta. Ho deciso che farò psicologia e nel tempo libero potrò dedicarmi al canto”.

Il vero problema era poi sul piano pratico. Non solo si trattava di dirlo ai miei genitori, ma anche a tutte le persone che conoscevo (un poco alla volta). C’è da dire che i miei genitori sono stati abbastanza comprensivi, gli altri meno. C’era chi mi diceva “Noooo, non abbandonare, ce la puoi fareee”, chi invece mi diceva che era una pessima idea e che poi non avrei mai lavorato.

Per me poteva bastare. Avevo preso la mia decisione e l’avrei seguita.

Inizia il cambiamento

Ragazza laureata di spalle - Lettera a chi ha perso le speranze nell'università

Iniziando a studiare psicologia mi sono reso conto che era completamente diversa. Fin dal test d’ingresso studiare quegli argomenti mi appassionava e mi piaceva: non mi sarei mai fermato. E una volta intrapreso il percorso mi sono reso conto delle mie vere capacità.

Ero disposto ad impegnarmi anche per le materie che non mi piacevano: psicologia dinamica da 1200 pagine di materiale? Odiata, tantissimo. Ci ho speso più tempo in un estate che tre anni su analisi. Passato con votazione 29.

Una mia amica non faceva altro che ripetermi che ero cambiato; mi vedeva più sereno, più rilassato e soprattutto più felice. E col tempo ho avuto modo di rafforzare ancora più la mia sensazione di competenza, confrontandomi con situazioni sempre nuove, immergendomi in questo campo e conoscendo tanta gente.

E oggi? Beh, qualche mese fa mi sono laureato, in tempo, in tre anni e con 110 e lode.

Pochi consigli che vi voglio dare con questa lettera

Ragazza di fronte all'università - Lettera a chi ha perso le speranze nell'università

La mia esperienze è questa e a qualcuno può dire qualcosa, a qualcun’altro niente. Da quello che ho vissuto mi sento di dirvi solo poche cose selezionate:

  • Non paragonate l’università al liceo. Spesso perdere un anno al liceo è una cosa considerata altamente pregiudicante. L’università è diversa: è il vostro percorso personale e rimanere indietro rispetto agli altri non vuol dire assolutamente niente.
  • Siete voi a dirigere i vostri tempi. Se tutti si sono laureati alla prima sessione del terzo anno e voi avete ancora esami degli anni precedenti non c’è niente di male. Ognuno ha i suoi tempi biologici e questo non vi rende migliori o peggiori di nessuno.
  • Non abbiate paura di cambiare. Non vi rinchiudete in quel percorso che vi siete costruiti per prendere un pezzo di carta. Se quello che studiate non vi piace, pensate cosa vivrete quando avrete finito di studiare e sarete immersi nell’ambito lavorativo. E pensate a quanto tempo, soldi e salute perdete in questa situazione. A volte considerare di provare qualcos’altro non è sbagliato: è la vostra vita e un domani quegli anni che avete perso per gli altri non ve li ripagherà nessuno.
  • Non esistono anni persi. Anche se rimanete fermi nel letto a guardare il soffitto. Ogni istante della vostra vita ha un suo perchè e vi porterà qualcosa, nel bene o nel male. Non esistono anni sprecati, esistono periodi da affrontare e che in ogni caso vi insegneranno qualcosa.
  • Se siete davvero convinti di ciò che fate non desistete. Si chiama laurea triennale, ma è solo la durata delle lezioni: se la vostra passione è forte in un futuro sarete competenti sul vostro lavoro, anche se ci vorranno più dei tipici tre anni per arrivarci.

Ognuno di noi vive storie diverse ed esperienze diverse. Se vorrete condividere qui sotto la vostra storia in merito, sarò felice di leggerla. Tenete duro ce la potete fare!


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